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Antipasto chic: spiedini con frutta e formaggio

Se cercate un antipasto gustosissimo e che vi faccia fare bella figura con i vostri ospiti, prendetevi una mezz’oretta e vedrete che non rimarrete delusi da questi spiedini speciali!

Ingredienti (per le quantità calcolate 2 pezzi di pera, due chicchi d’uva e due pezzi di formaggio per ogni spiedino)

Formaggio di capra morbido (non stracchino!); miele; noci sgusciate; pere; uva regina nera.

Procuratevi bastoncini per gli spiedini e carta da forno.

 

Per cominciare preparate dei quadrati con la carta da forno, di circa 10 cm di lato, e tritate le noci grossolanamente. Preparate anche dei pezzetti di pera e l’uva lavata e asciugata.

Prendete il formaggio di capra e tagliatelo in pezzetti piuttosto grossi, anche un paio di cm. Prendete un pezzo di formaggio, immergetelo nel miele e poi cospargetelo (o rotolatelo) con le noci tritate. A questo punto mettetelo al centro di uno dei quadrati fatti con la carta da forno e chiudetelo formando un fagottino. Per chiuderlo dovete infilzarlo con lo spiedino.

Dopo aver infilzato il formaggio, infilate anche un pezzo di pera ed un chicco d’uva, dopo di che prendete un altro pezzo di formaggio e create un altro fagottino, che andrete ad inserire nello stesso spiedino, aggiungendo poi di nuovo un altro pezzo di pera ed un chicco d’uva.

Procedete così anche con gli altri spiedini, in modo che in ognuno si trovino due fagottini contenenti il formaggio (con miele e noci), alternati con l’uva e le pere.

Una volta creati tutti gli spiedini che vi servono, infornate su una teglia coperta da carta da forno per 10 minuti a 180° (servire caldi).

 

- Per calcolare le quantità tenete presente che questi spiedini pur essendo squisiti sono piuttosto sostanziosi, quindi l’ideale sarebbe prepararne uno per ogni commensale, due potrebbero essere già troppo pesanti per il proseguimento del pasto! -

 

Gnocchi di patate viola con radicchio e noci

Mi trovavo, stanca e affamata, ad un matrimonio, uno di quelli che non ti puoi godere perché sei lì per lavorare e devi assicurarti che il tavolo delle bomboniere e quello per il taglio della torta siano perfetti, così come le candele che devono splendere a centinaia per illuminare il cammino degli sposi.

Dopo varie sessioni di salita e discesa dalla scala a pioli e di trasporto sedie/divani/fiori, un uomo serio ed elegante si avvicina a me e alle colleghe porgendo dei piatti che, per vari motivi, non potevano non attirare la nostra attenzione. Uno di questi era sicuramente il colore viola degli gnocchi che facevano bella mostra di sé stessi tra del radicchio, del burro e delle noci…

Niente tinture strane per presentare un primo piatto ad effetto, ma semplicemente l’utilizzo delle trüffelkartoffel, le cosiddette patate tartufo dalla polpa viola che arrivano direttamente dal Perù. Il sapore non è diverso dalle classiche patate dorate, ma il risultato che garantisce il loro utilizzo è sicuramente sorprendente. Queste speciali patate (patate viola o patate blu, da non confondere con le patate violette della Val di Susa) dalla forma oblunga e grumosa sono di piccole dimensioni e piuttosto care, e forse proprio per questo anche di difficile reperibilità. Per lo più vengono importate dalla vicina Francia, per il resto la loro diffusione è affidata al lavoro di piccoli coltivatori locali. Una specie antica e rara, che vi farà fare un figurone con i vostri ospiti!

Se volete fare degli gnocchi con queste patate forse è meglio sbucciarle prima di cuocerle, la loro buccia è infatti molto dura. E magari aggiungere qualche patata normale per dare all’impasto maggior consistenza, ma questo lo decideranno i vostri esperimenti!

 

Per gli gnocchi:

300 gr. di patate; 150 gr. di farina; 1 cucchiaio di parmigiano.

Bollite le patate, scolatele e passatele allo schiacciapatate. Aggiungete la farina e il parmigiano e impastate bene. Formate gli gnocchi e sistemateli su un ripiano infarinato.

 

Condimento:

300/400 gr di gnocchi; 100 g. di radicchio; 3-4 cucchiai di latte; 50 g. di gherigli di noci; noce moscata; parmigiano grattugiato; sale e pepe; burro.

Lavate e tagliate a striscioline sottile il radicchio. Sgusciate le noci e tritatele grossolanamente. In una padella mettete il latte, una noce di burro, il formaggio e mescolate a fuoco basso fino a formare una crema. Poi unite le noci e alla fine il radicchio. Lessate gli gnocchi, appena salgono a galla scolateli e uniteli al condimento della padella amalgamate il tutto e servite ben caldo.

Food & Wedding

Mi costa scrivere questo post ma devo. E’ una questione di principio.

Sono reduce da un matrimonio, uno di quelli importanti visto che quella all’altare di bianco vestita era una mia cara amica e io mi trovavo accanto a lei in veste di testimone. Dopo mesi di sostegno totale per i preparativi, dopo settimane di assiduo impegno per organizzare feste di addio al nubilato, accompagnare la sposa alle isteriche prove dell’abito, dopo aver ideato, creato, stampato libretti per la messa e tableau de marriage, dopo essermi svenata per donare alla mia amica le fedi che tanto desiderava, dopo essermi prestata a scatti fotografici che mi hanno obbligata anche ad un tiro alla fune e salti acrobatici sull’erba che hanno rovinato per sempre le mie scarpe nuove, sabato sera sono arrivata al ristorante dove si svolgeva il banchetto nuziale pronta a godermi finalmente la festa, brindando agli sposi con del buon vino e gustando le ricche portate pensate per noi.

Nulla di più lontano dalla realtà.

Atmosfera conviviale e divertente senza dubbio, ma già dalla risicata quantità degli antipasti tutti abbiamo cominciato a preoccuparci. Lasciando perdere il discorso vino (che comunque sarebbe breve, visto che tutto quello che avevamo a disposizione era una bottiglia di bianco e una di rosso), quello che ci ha più sconcertato è stata la dimensione di quello che ci veniva lasciato nel piatto (esatto, nulla di impiattato ma direttamente servito al tavolo) . Avendo la mia amica richiesto un risotto senza burro per me, sono stata l’unica fortunata ad avere a disposizione un piatto pieno di riso ai funghi, il quale era stato tolto dal fuoco dieci minuti prima del previsto dalla pentola. I miei commensali hanno potuto godere di una quantità pari ad un cucchiaio da minestra e mezzo. Stessa sorte per i ravioli che sono seguiti al risotto: due a testa. Evidentemente il due è la cifra preferita del padrone del ristornate, perché è lo stesso numero di fettine di carne che ci è stata offerta dopo. Due fette di carpaccio, due fette di tagliata di manzo, due fette di cinghiale (dimensioni di ognuna 6 x 3 cm). Una mia amica ne ha chiesta una terza per il marito momentaneamente assente e si è sentita rispondere un “Non posso” dal cameriere.

Eravamo lì per festeggiare la nuova famiglia nata dall’unione dei due sposi e con tutto il cuore l’abbiamo fatto, ma non ci meritavamo forse di essere anche nutriti? Non dovrei davvero parlarne perché la sposa è mia amica, ma come ha potuto essere così superficiale dopo tutti i conti in tasca che ha fatto agli invitati? Abito, fiori, macchina d’epoca, bomboniere…certo, tutto bello e tutto importante ma, care spose, il menù non è una questione secondaria!


Nessuno si ricorderà mai della tonalità dei fiori che avete scelto per la chiesa né della musica d’accompagnamento, ci sono solo due domande che si fanno a qualcuno che ha da poco partecipato ad un matrimonio:

1 – Era bella la sposa?

2 – AVETE MANGIATO BENE??

 

Riflettete spose, riflettete.

 

Thinkiness…

Pensieri, preoccupazioni, decisioni. Fatti cose persone e situazioni affollano la mente e oscurano la strada che faticosamente era stata tracciata, allontanano la vetta che si iniziava a intravedere. Idee e progetti di nuovo offuscati da nubi che impediscono al sole di far splendere i suoi raggi. “Non c’è niente che una buona cena non possa risolvere” sì, ma non oggi. Ora è il momento della pausa, della solitudine, di scegliere un libro, di rannicchiarsi sul letto e sorseggiare un benefico liquido caldo, in attesa che il sole, domani, torni ad illuminare il futuro.

In Vinitaly Veritas

Per cinque lunghi ed intensi giorni la mia casa è stata il Centro Fiere di Verona, dove ogni anno si rinnova il rito di Vinitaly, appuntamento imperdibile per tutti gli operatori/esperti/amanti/appassionati/stipendiati del mondo del vino. Un appuntamento che muove dei numeri impressionanti, con più di 153.000 visitatori provenientidatuttoilmondo ed espositori da ogni angolo del globo. Un’occasione ineguagliabile per creare contatti e fare affari d’oro, con lo spiccato orientamento b2b che giustifica una mole enorme di investimenti da parte di aziende e produttori. L’accesso alla manifestazione è blindato, essendo riservato agli operatori appunto, così ogni anno si scatena la caccia selvaggia al biglietto attraverso conoscenze più o meno inserite nell’ambiente, con tanto di bagarini piazzati nei parcheggi pronti a vendere al miglior offerente nemmeno si trattasse della finale di Champions League.

Comunque, in tutto questo, io c’ero. E c’ero proprio in mezzo, scoprendo ora dopo ora come un pass stampa (stampa-press) appeso al collo possa renderti apprezzabile anche agli occhi del più ostile degli espositori. E’stato più che interessante essere trattata come un ospite di riguardo dalle cantine più rinomate, non tanto per l’accoglienza quasi cerimoniosa, ma quanto per i preziosi nettari che sono stati versati nel mio bicchiere, vero obiettivo della trasferta. Ancor più interessante è stato aggirarmi all’interno della sala stampa alla ricerca di un pc libero, in mezzo a colleghi (giuro che lo dico sottovoce e con tutta l’umiltà di cui sono capace) di famose riviste specializzate. Divertente è stato ascoltare le dichiarazioni scocciate di giornaliste d’esperienza, scioccate dalle nuove leve che si approcciano al sacro mondo della carta stampata e “non ne hanno un’ideeeeaaaa!”. Ma io dico, voi siete nate imparate (forzatura grammaticale ironicamente voluta, care signore)?

By the way, tra una degustazione e l’altra ho fatto il mio dovere e ho seguito convegni e conferenze, prendendo minuziosamente appunti sul block notes per tutto il tempo. Allora gente, il settore va sostanzialmente bene, non si può parlare di crisi stando a quanto si vede in giro, ma tutta la baracca è sostenuta dal Sig. Export, si si. In Italia si beve meno vino, proprio qui dove il vino è una delle poche cose rimaste a riuscirci bene. E tutti a chiedersi: perché? Ho ascoltato esperti e letto dati ed un’idea me la sono fatta. Considerando che la riduzione dei prezzi (= diminuzione della qualità) non ha portato risultati positivi e visto che sono le aziende di fascia alta quelle che hanno assorbito meglio la contrazione dei margini, non credo che sia solo un problema di comunicazione. Forse sì, atteggiarsi meno ad élite di prescelti potrebbe aiutare le aziende ad avvicinarsi al pubblico, ma credo che si stia rischiando di perdere molto di più che una fetta di mercato, credo piuttosto che sia messa in pericolo un’intera tradizione, un pezzo importante della nostra cultura. Chi ama il vino continua a comprarlo, ma da noi sta venendo meno la cultura della buona tavola, manca la coscienza delle potenzialità dei nostri prodotti, si sta perdendo il senso della nostra storia, raccontata da Aosta a Palermo anche attraverso quello che le nonne cucinavano per noi.

Non sono i giovani i colpevoli, ma i giovani sono i consumatori di domani, ed i giovani, oggi, si nutrono da Mc Donald’s e affini, preferendo i super alcoolici ad un bicchiere di Chianti. Per loro cucinare equivale a far scaldare una confezione di Quattro salti in padella. E ripeto, la colpa non è loro, ma di chi non gli ha insegnato ad apprezzare quello che di più autentico abbiamo, che li ha piazzati davanti alla cattiva maestra televisione anziché farli giocare in cucina, chi non gli ha raccontato storie, chi li ha riempiti di molte merendine confezionate e pochi panini col salame, chi li ha portati a Gardaland e mai a passeggiare in campagna. I giovani diventeranno adulti, come possiamo pretendere che questi ragazzi sappiano portare avanti la nostra cultura, la nostra cucina? Me li vedo a conquistare la ragazza dei loro sogni con una cenetta romantica, mentre si chiedono che vino abbinare al sugo pronto e alle patatine fritte…che senso ha esportare Eataly a New York per raccontare oltreoceano di un mondo che sta andando scomparendo? Parliamo di microterritori e vitigni biologici, ma tra qualche anno chi saprà apprezzare i loro frutti? Vogliamo davvero rilanciare il consumo interno? E allora iniziamo ad educare, e lo dico nel senso etimologico del termine: far emergere qualcosa di nascosto. Nascosto ma che c’è, come la passione tutta italiana per la buona tavola, per il cibo che non è solo nutrimento ma uno stile di vita, qualcosa che tutto il mondo ci invidia e che noi, tutti, dobbiamo riscoprire. Non sarà un panino (Mc Italy) a rilanciare un certo tipo di realtà, dobbiamo essere noi per primi ad essere fieri ambasciatori di tutto quello che di buono la nostra penisola può offrire. Se riusciremo in questo, allora, sono convinta, sarà naturale la ricerca del buon vino da parte nostra (e il mercato interno riprenderà a crescere).

Forse la faccio facile, ma queste sono le mie modeste considerazioni dopo la full immersion nel mondo del food (& wine), partorite dopo cinque giorni spesi a gustare profumi e sensazioni di terre lontane racchiusi in quelle bottiglie che ogni volta sprigionano una magia che non smette mai di affascinarmi. Cinque giorni di cui non dimenticherò molti momenti, specialmente le due ore trascorse ad un tavolo degustando bicchieri pieni di Brunello (quel vino è la dimostrazione che lassù qualcuno ci ama). Il block notes mi ricorda di consigliare al mondo intero il Brunello 2006 “Le Chiuse”, e non aggiungo altro. Enjoy!

Vacanze romane

Giusto un anno fa, reduce dalla chiusura definitiva con l’agenzia per la quale lavoravo (alla quale si è accompagnata con un tempismo perfetto la disfatta totale del mio nucleo familiare di origine), mi ritrovo stanca ed esaurita. Senza forze e senza voglia di guardare al futuro, ma comunque consapevole che non potevo certo continuare a rovinarmi la vita e la salute per una pazza affetta da un molesto disturbo dissociativo dell’identità, decido di salire sul primo aereo disponibile e di staccare la spina per qualche giorno. Al mio fianco l’immancabile fidancè, che nei giorni precedenti alla partenza mi aiuta a scandagliare guide, blog e forum in cerca dei luoghi migliori per degustare cucina tipica e atmosfere genuine. Ci ritroviamo con due fogli pieni zeppi di nomi e indirizzi, seriamente intenzionati a visitare tutti i posti segnati, in tre giorni. La mattina stabilita arriviamo all’aeroporto molto molto assonnati e, dopo un breve volo, altrettanto assonnati atterriamo nella capitale. Roma è una delle mie città preferite, ci torno ogni volta che posso e sono contenta, oggi, di poterla ammirare in compagnia del mio amato. L’ultima visita era stata per un lungo week end estivo nel lontano 2006, quando con degli amici ero salita su un treno per assistere al concerto di una certa Madonna, che nemmeno mi piaceva più di tanto. Ma quella mini vacanza è uno dei miei bei ricordi, con la città invasa da gente vestita nei modi più assurdi, le cene a Trastevere, le risate, i km a piedi per tornare in albergo di notte e i monumenti che si stagliavano contro un cielo che si preparava ad essere illuminato dal primo sole. Roma. Adoro la sua storia, le sue cupole, l’accento dei suoi abitanti, quindi la perdono quando, nel freddo di una mattina di marzo, ci accoglie con una pioggia incessante. Saliamo sul bus che ci porterà vicino alla stazione Termini, zona in cui, grazie ad un regalo di compleanno stile “Due notti e una capanna”, abbiamo prenotato un hotel 4 stelle che altrimenti non avremmo nemmeno preso in considerazione. Lasciato il traffico alle spalle arriviamo all’hotel dove ci dicono che la nostra stanza non è ancora pronta (e non lo sarà fino al primo pomeriggio), quindi decidiamo di lasciare lì i nostri trolley e di iniziare la nostra vacanza romana.

Trascino il fidancè in centro, piazza di Spagna, via del Babbuino, piazza del Popolo…da lì saliamo alla terrazza del Pincio, sperando che una volta lì smetta di piovere. Mi ero immaginata di contemplare il panorama da lì, di scattare foto e tutto il repertorio, ma il cappuccio, l’ombrello e la pioggia che non smette di caderci addosso non ci permettono di apprezzare lo scenario a dovere. Vaghiamo un po’ per la città eterna e decidiamo che, visto le condizioni meteo, la cosa migliore è inaugurare le visite alla trattorie locali e riscaldarsi tra un bicchiere di vino e una coda alla Vaccinara. La prima meta è un’osteria che il web definiva più che tipica, frequentata dai romani e non dai turisti. E’ un po’ fuori dal circuito della metro, infatti ci troviamo di fronte alla necessità di cercare un autobus per arrivarci. Cerchiamo, aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. E piove. Piove sempre, costantemente. Ho freddo, sono stanca, ho sonno e ho le rane negli stivali ormai. Ma soprattutto: ho fame. La fame è la sensazione che più stimola i miei nervi in senso negativo, quando inizio ad avere fame ho solitamente un’autonomia di venti minuti, dopodiché, se non riesco a soddisfare degnamente il mio bisogno di cibo, divento isterica. Inizio ad agitarmi, tanto che il fidancè se ne accorge e decide di optare per un taxi. Fa una telefonata, spiega, iniziamo ad aspettare. Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Sbotto. Non è possibile vivere così, quasi urlo, io ora salgo di nuovo sulla metro e torno in hotel, chissenefrega di questo posto, io ho fame, devo mangiare, sono stanca, sono venuta qui per rilassarmi non per fare la fame. E poi che cazzo di tempo, non si può essere così sfigati! L’isterismo è tale, lo sento, che sto assumendo le sembianze dell’incredibile Hulk quando inizia a diventare verde, il fidancè, povero martire, tenta di calmarmi senza riuscirci, quand’ecco, che, magicamente, dal fondo della strada appare un taxi. Bianco. Candido come il cavallo dei principi della favole. Si avvicina, si ferma. Il taxista ci fa un cenno: è lì per noi. Mi precipito, apro la portiera e immediatamente il caldo che proviene dall’abitacolo mi calma. Mi siedo sul sedile posteriore e ringrazio il mio salvatore per essere venuto a prenderci. Inizio a conversare amabilmente, rido, ascolto, scherzo. Il fidancè è accanto a me ammutolito e quasi spaventato, incredulo di fronte al mio a passare dall’essere una pericolosa fiera ad un mite agnellino in due nanosecondi. Ha ragione, a volte mi faccio paura da sola. Il taxista-benedetto ci lascia vicino alla trattoria, camminiamo ancora un minuto sotto alla pioggia battente e poi finalmente entriamo.

Subito veniamo bloccati sulla soglia da una ragazza che con forte accento romano ci fa presente che siamo tutti infracicati e che rischiamo di sporcarle tutto il pavimento. Molto truccata ma molto spontanea, ci fa sedere al primo tavolo sulla destra e dopo poco viene ad elencarci i piatti del giorno. Io scelgo una “cicorietta” (scelta approvata dalla ragazza truccata con tanto di occhiolino nemmeno avessi deciso la cosa più furba della mia vita) e della carne. Le spiego che non posso assaggiare i primi per colpa delle mie intolleranze. Risposta: “Ma il glutine ‘ndo sta? Anche nella pasta all’ovo?!”. Grandiosa!

***

Trascorriamo il resto della nostra vacanza tra cene pantagrueliche, musei, liti per chi sa interpretare meglio la cartina e alla ricerca di un vero, tipico, Frascati (che riusciamo a recuperare solo l’ultima sera grazie ad una delle cene più esagerate che ci siano mai state offerte). Tre giorni intensi e bellissimi, durante i quali abbiamo lasciato i problemi a km di distanza e per i quali gli aneddoti sono tanti, ma la migliore per me e il fidancè rimane e rimarrà sempre lei, che mi ha strappato una risata dal cuore come non mi succedeva da tempo. Miss Cicorietta e i suoi dubbi glutinosi, we’ll always love you.

 

 

- Non farò il nome del ristorante di Miss Cicorietta nemmeno sotto tortura, ma ve ne segnalo un’altro dove tornerei anche domani: Dino e Tony. Piccolino, in zona Vaticano/Prati, provate il mega antipasto, i carciofi e non perdetevi la pasta alla gricia. Canzoni e barzellette si librano nell’aria e prima di ogni piatto vi sentirete dire “Forza Roma” -

Noblesse oblige

Mi capita di intervistare uno chef artistoide, aria svarionata e mise impeccabile che mi fa visitare la sua tana deluxe e mi racconta della sua vita trascorsa nelle cucine stellate di tutto il mondo. Lo chef mi prende in simpatia, tanto che ci sentiamo più volte nei giorni seguenti e – forse per merito di una recensione a cui manca solo il sottofondo d’archi che tutt’ora Google piazza in prima pagina al terzo posto, seconda solo al suo sito personale – mi invita ad una cena di gala per la settimana successiva in cui lui si occuperà del catering. Invito che io, neanche a dirlo, prontamente accetto. Il sabato sera stabilito, accompagnata dal mio lui, mi presento e mi intrufolo nel luogo dell’evento, una serata di beneficenza con tanto di celebre conduttrice della televisione nazionale (che noto con femmineo piacere essere portatrice sana di culone) a fare da madrina. Ovviamente la mia partecipazione alla serata è una promessa implicita di reportage culinario, mi disinteresso quindi alle presunte autorità presenti e, dopo aver salutato il padrone di casa, mi dirigo direttamente al tavolo del buffet. Due lunghi tavoli di forma irregolare e tondeggiante, sapientemente illuminati da luci soffuse, si trovano al centro di una delle stanze dagli alti soffitti. Un fiume di ricercato finger food salato scorre davanti ai miei occhi ma io, povera piccola, non posso toccare nulla. Non ci vuole certo una perizia dei Ris di Parma per capire che la caprese in pet e la zucca nel cubetto assieme ad altre prelibatezze provocherebbero in me non altro che dolori. Per averne la conferma il fidancè si sacrifica e mi fa da assaggiatore personale. Tutto quello che riesco a racimolare è del (buon) tonno e tante bollicine nel flûte. Le stanze del palazzo si riempiono, uomini in giacca e cravatta, donne finto chic in atteggiamento altezzoso ma che, con mio sollievo, hanno semplicemente riesumato un abito da cerimonia per l’occasione, anziché indossare un lungo abito da sera. Io ho tacchi e accessori ma ho infilato le mie gambe in un pantalone nero più rock che signorile, e vista la concorrenza non ho fatto nemmeno male.

Gli invitati (a pagamento) prendono posto ai tavoli tondi e così anche io mi reco al mio che, mi dice lo chef, è stato riservato per me ed altri giornalisti. Arrivo e trovo lì la fidanzata del capo, alta e magra, balzata tempo prima agli onori della cronaca (mi diranno poi) per la sua partecipazione ad un programma televisivo. Saluto e affermo di avere sete, allungando istintivamente la mano verso una bottiglia per versarmi dell’acqua. Subito vengo bloccata dalla ragazza alta e magra, la quale quasi scioccata mi fa presente di avere una cameriera a nostra disposizione e ordina ad una ragazza con la coda di cavallo di riempirmi il bicchiere di fresca acqua naturale. Sorrido imbarazzata: ne ho di strada da fare se voglio fare la vip nella vita eh! Ci raggiungono i nostri commensali ed iniziano le presentazioni di rito. Due ragazze vistose, un signore incravattato, uno più informale con grossa telecamera al seguito e un ometto elegante, ma di un’eleganza non scontata, con foulard al posto della cravatta per intenderci, con giacca verde che fa molto stile lord inglese nel week end. Gli chiedo per quale testata componga versi e mi sorprende rispondendomi che non è un giornalista. Aveva sì invitato alcuni direttori alla serata ma non è un adepto della carta stampata. A quel punto mi aspetto che mi spieghi di che cosa si occupi ma l’informazione non arriva. Iniziano a servire gli antipasti, mentre arriva un’altra coppia: lei fotografa che sembra arrivare direttamente dall’atelier delle sorelle Fontane per il perfetto stile anni ’50 e lui manger-produttore-pubblicitario in total black che mi colpisce subito, come farà per il resto della cena, per la perfetta dizione. Non una dizione innaturale e forzata come quella degli speaker che tanto mi infastidiscono durante le news trasmesse in radio, con tutte quelle R roboanti pronunciate nemmeno fossero dal logopedista, ma una cristallina, genuina, spontanea perfetta dizione. La conversazione inizialmente verte sui rispettivi luoghi di provenienza per poi spostarsi ai locali più o meno frequentati nella zona di riferimento, finendo poi per rimpiangere, chi più chi meno, i bei tempi andati: quando si andava là, quando ci si trovava là, quando riuscivo a tirare fino alle sei… Parlando appunto di serate e festeggiamenti vari, l’ometto elegante racconta di feste galattiche da lui organizzate così tento la carta del “Ma tu organizzi eventi quindi?”. Risposta negativa alla quale non segue altro. Dopo il primo (riso con radicchio, castagne e rosmarino che tutti mi dicono essere “delizioso”, termine molto usato dall’ometto elegante mi viene da sottolineare) una delle ragazze vistose e la ragazza alta e magra abbandonano la scena e, diminuendo il numero dei personaggi, la trama inizia a farsi più sciolta e amichevole. Complice l’ottimo vino, l’atmosfera si rilassa e si inizia finalmente a sentirsi liberi di ridere, di raccontare. L’inaugurazione di una nuova palestra mi offre il pretesto per discutere più intimamente con l’ometto elegante, che ormai è il mio chiodo fisso. Parlando nomina alcune persone del “mondo dello spettacolo” di cui vanta una personale conoscenza, ipotizzo quindi una professione da agente ma anche lì faccio un buco nell’acqua (che è anche l’unica cosa che mi permetto di bere visto che ho promesso al fidancè di fare da autista in fase di rientro). Aspettando il secondo trovo molto divertenti i siparietti tra la ragazza anni ’50 e l’uomo dalla dizione perfetta, che si punzecchiano di continuo e scopro essere solo colleghi, dicono. In fase “parliamo del nostro lavoro” scopro di aver già avuto a che fare con l’uomo con telecamera. Tempo prima l’agenzia di comunicazione per cui sputavo sangue si era appoggiata a lui per girare degli spot, ecco perché mi sembrava di averlo già visto. Parliamo un po’ dei miei ex datori di lavoro (sommerso) ma chiudo l’argomento prima che si arrivi a nominare l’unica persona di cui non conservo un buon ricordo e per la quale non riuscirei a simulare affetto. Ormai si è tutti amici attorno a quel tavolo, già organizziamo di festeggiare il carnevale insieme, la mia dolce metà spiega addirittura la strada più breve per raggiungere il luogo prescelto, allegria, risate che salgono alte fino al cielo. Io sono un po’ più sana degli altri e non mi dimentico della mia missione: l’ometto elegante. Fare domande dovrebbe essere il mio mestiere, mi dico, e allora perché non riesco ad avere delle risposte? Penso anche di andare giù piatta e di affrontare il problema a viso aperto, ma è una questione di principio, voglio sapere che lavoro fa questo ometto, tutti l’hanno detto, perché lui no? Che sia qualcosa di losco? I miei precedenti contatti con l’uomo con la telecamera hanno dato il via al gioco del “ma allora conosci” che io mi perdo mentre tento di raggirare l’ometto elegante. Ritorno a far parte del gruppo al momento degli scambi dei biglietti da visita, di tutti tranne che i miei (che riposano sereni in una borsa appoggiata sulla stampante a casa mia, come sempre). Il fidancè addirittura trova un nuovo cliente ancor prima che arrivi il dolce (un tripudio di frutta, creme, cioccolato, nocciole in tanti piccoli pet, crudeltà!), non so come ma ci riesce ogni volta. L’ora di Cenerentola è passata da un bel po’ quando ce ne accorgiamo e decidiamo di congedarci.

Usciamo quasi tutti insieme, ultimi saluti e ultime promesse di amicizia eterna (dopo quasi due mesi non li ho più visti nè sentiti, n.d.r.) e ce ne andiamo tutti felici e contenti. Tutti tranne me: non so ancora che lavoro faccia l’ometto elegante e continuo a lamentarmene con il fidancè finché non arriviamo alla macchina. Durante il ritorno a casa ripercorro a voce alta gli indizi e il fidancè, caro lui, mi da corda e mi asseconda: nemmeno lui non ne viene a capo. Rassegnata e ancora patentata arrivo a casa e mi preparo per la notte. Prima di addormentarmi mi convinco dell’unica spiegazione possibile. L’ometto elegante è troppo elegante per lavorare, di sicuro appartiene all’alta società, sarebbe poco dignitoso guadagnarsi da vivere! Chi è nobile deve comportarsi in modo nobile… noblesse oblige.

 

Parenti serpenti

Partecipo al battesimo della figlia di un mio parente, stretto. Uno di quei parenti stretti che hai l’occasione di vedere solo a Natale, quando la Grande Festa impone la riunione di tutti i consanguinei sotto l’egida dei buoni sentimenti. Insomma, vado a questo battesimo. La giornata non è delle migliori, piove e fa fastidiosamente freddo. Io non mi sento molto bene per via dell’influenza che da giorni mi insegue ma mi presento puntuale, con vestitino blu e trench da brava signorina dello stesso colore, al buffet allestito prima della cerimonia in chiesa.

Rimango subito sbalordita dal numero degli invitati, credo di averne visti meno all’ultimo matrimonio a cui sono stata. Saluto, sorrido, chiedo notizie sulle ultime novità, mi presento a chi non conosco ma, come per tutti, il mio obiettivo principale è quello di avvicinarmi il più possibile al tavolo delle cibarie. L’impresa è ardua, le bottiglie di bianco frizzante e i panini farciti di salumi nostrani attirano parecchio l’attenzione dei presenti, che una volta conquistata, non accennano ad abbandonare la posizione favorevole. La stanza è piccola e tra piccoli passi e malcelate spintarelle riesco ad avvicinarmi un po’. In bilico stendo un braccio e riesco ad impossessarmi di tre patatine unte, ma subito vengo respinta a riva dall’onda umana.

Dopo dieci minuti di vani tentavi inizio a perdere le speranze, quando finalmente arriva lei: la festeggiata, la bambina vestita di bianco e lilla che attira l’attenzione della folla che all’unisono esclama “Oooooooh!”. Non assecondo il mio istinto materno e non mi lascio distrarre dall’entrata in scena della pargola. Scaltra come una faina indietreggio, mi sposto all’estremità di uno dei due tavoli e lì mi fermo, potendo finalmente decidere con comodità con cosa deliziare il mio palato. Passo in rassegna le pietanze adagiate sopra vassoi in cartone e mi rendo conto che c’è poco da fare. Non posso nemmeno prendere in considerazione di assaggiare i pasticcini, con tutte quelle creme mi costringerebbero ad un viaggio urgente al pronto soccorso più vicino, stesso dicasi per tutto il lievito contenuto nel pane. Con il labbro inferiore imbronciato guardo sconsolata il mio fidanzato, il quale mi sorride e mi fa segno di aspettare. Lo vedo mentre approfitta della distrazione generale e allunga una mano verso uno dei panini al prosciutto. Con nonchalance me lo porge sollevando la parte superiore del panino. Non può essere, mi dico. Ma lui sorride ancora e io di rimando. Prendo tra le dita quella sottile carne rosa, divertita mi volto verso il muro e la mangio, senza posate, senza stuzzicadenti, niente. Non è chic, me ne rendo conto, è quello che tutti noi facciamo nelle nostre cucine, ma non si fa in pubblico, no no. Sarà, ma il mio fidanzato ripete l’azione ancora una volta. E un’altra volta. E un’altra. E un’altra ancora. E io con lui. Non so come sia potuto accadere, ma quando la processione per salutare, baciare, fotografare la piccola è terminata, sul vassoio dei panini rimangono soltanto delle opere incompiute. Piccoli panini all’olio completamente vuoti. Ad oggi ancora ignoro se qualcuno ci abbia visti svaligiare in quel modo il sacro desco. Arriva il momento di dirigerci verso la chiesa e anche io mi avvio, sotto alla pioggia che non dà tregua e infastidita dal freddo, suo fedele compagno.

Uscendo dalla chiesa mi sento i brividi addosso ma do la colpa alla giacca troppo leggera e salgo in macchina: direzione ristorante! Arriviamo nel locale dal nome esplicitamente dialettale, solitamente frequentato da appassionati di tiro al piattello, abituali frequentatori del poligono vicino. Gli ospiti vengono suddivisi in tre lunghe tavolate, a me tocca quella vicino alla vetrata e prendo posto. Sento una sensazione di debolezza e mi dico che forse è la fame, quindi tra il chiacchericcio collettivo attendo fiduciosa l’inizio del pranzo. Arrivano gli antipasti, affettati e giardiniera, e fin qui tutto bene. Salto il primo in quanto contenente ingredienti a me nemici ma le recensioni non promettono nulla di buono.

Sento le forze lasciarmi pian piano ed inizio progressivamente ad abbandonare la conversazione. Cerco di concentrarmi sulla grigliata mista che mi dicono ci sarà servita e nell’attesa sorseggio il vino. C’era quel film, anni fa, di lui manager imbastardito che torna nella campagna francese, luogo della sua infanzia…”Un’ottima annata”, presente? Ecco, non è quello che si poteva dire del bianco e del rosso che avevo versato nel bicchiere. Mi sforzo di apparire vitale e sorrido quando vedo arrivare la cameriera con la grigliata di carne pronta per essere mia. Mi riempio il piatto oltremodo, giustificandomi con la mia mancata partecipazione alla prima portata e mi pregusto il piacere di tutta quella ciccia succulenta. Addento il pollo e lo sento freddo, provo il manzo e lo trovo poco cotto, assaggio la salsiccia ed è insapore, do una possibilità all’involtino ma non passa la prova. Mi guardo attorno e mi rendo conto di non essere l’unica a non gradire il pasto. Ok in effetti io la gradivo meno di tutti. Ma ho freddo, sono stanca, affamata, debole, mi fanno male le ossa: non poter contare nemmeno sul conforto di una costina è davvero troppo. Mi consulto con i miei vicini e decido di lasciare anzi tempo il banchetto. Mi alzo, spiego la situazione al parente, ringrazio, saluto, torno a casa, misuro la febbre e mi infilo sotto alle coperte imbottita di Tachipirina, un po’ scocciata per il mio stato di salute e molto per il menù: odio, odio, odio mangiare male!

 

***

 

Rivedo il parente (stretto) dopo un paio di mesi per la Vigilia di Natale, appunto. Soliti saluti e solite frasi, complimenti alla bambina, alla mamma, battute, risate. Il momento della proiezione delle foto della bimba è l’occasione per rimembrare il giorno del battesimo e sorge in me l’istinto di scusarmi per essermene andata presto. “Ma non ti preoccuapaaareeee! Hai mangiato bene piuttosto?” Sorriso imbalsamato: “Si certo tutto ottimo!” “Eh infatti mi hanno fatto tutti i complimenti!” “Immaginoooooooooooooooooooooooooo!!!!!!”

 

Food, wine & the city…

Un’esistenza legata al cibo, la mia. Che novità, direte, anche tu mangi? Si certo, ma non solo. Dopo aver litigato violentemente con il frigorifero e la bilancia in periodo adolescenziale, ho fatto pace con me stessa e le calorie, per scoprire poi che il mondo celato dietro ad un piatto di pasta è ricco di profumi, sensazioni, emozioni così appaganti da farti rimpiangere di averli rifiutati per tanto tempo. All’improvviso, qualche anno fa, ho conosciuto il piacere di armeggiare tra i fornelli, di mischiare ingredienti e sapori, carpire segreti agli esperti (la mamma, solitamente), piegare la natura delle materie prime al godimento del mio palato. Dopo anni di nottate forsennate passate a zonzo per locali assordanti, forse complice l’avanzare di un’età che non può seguire a lungo certi intensi ritmi, ho conosciuto il piacere di sedermi a tavola con gli amici, di avere di fronte qualcuno con cui condividere veramente qualcosa, di ascoltare e conoscere realmente chi avevo di fronte.

Proprio quando tutto mi è parso chiaro, quando ho capito che sul serio la felicità sta nelle cose semplici, il mio sistema immunitario ha pensato bene di sviluppare una serie infinita di allergie ed intolleranze alimentari, che hanno limitato notevolmente la mia lista della spesa. I primi mesi sono stati davvero terrificanti: pasta, verdure, legumi, latticini mi erano vietati, dovevo stare alla larga dai dolci e anche alcune bevande erano nocive. Magra lo sono sempre stata, ma stavo rischiando di finire nelle aule scolastiche al posto dello scheletro che si usa per le lezioni di anatomia. Dopo un periodo di “disintossicazione”, come l’ha chiamata il mio medico, ho pian piano reintrodotto alcuni alimenti, quindi, attualmente i miei nemici si concentrano in: frumento, pomodoro, pinoli, peperoni, latte vaccino e soprattutto lui, il lievito di birra! Ebbene sì, sono una delle poche italiane a non potersi gustare una pizza margherita, che sfigata. La vita è dura, ma non mi do per vinta.

Ogni volta che si esce devo rompere le scatole per assicurarmi che il menù contenga qualcosa che non mi sia inviso, ma per il resto me la cavo alla grande. Dopo una serie di esperimenti, ho stilato una lista di sostanze alternative che mi consentono di avere una dieta piuttosto variata e variabile, per lo meno quando ho una cucina a disposizione. Grazie all’aiuto del mio fidancé da due anni, ogni settimana, rinnovo la pasta madre, lievito alternativo e naturale che mi consente di avere la mia (ottima) versione di pizza. Versione casalinga e cotta nel fornetto appositamente acquistato che ogni volta mi sembra un dono dal cielo. Quindi questa è la mia vita, una continua lotta con le intolleranze e gli effetti collaterali di vani tentativi di guarigione.

E’ quindi con un senso dell’umorismo quasi dantesco che sto realizzando il mio sogno di diventare giornalista grazie alla testata per cui scrivo. Una testata che si occupa prevalentemente di enogastronomia che mi obbliga (contro la mia volontà) a partecipare a fiere di settore, degustazioni, cene, presentazioni…è un lavoro difficile ma qualcuno lo deve pur fare. Girando il Bel Paese armata di registratore e taccuino (e gallette di riso) ho l’occasione di incontrare tante persone e molti personaggi, che tra un bicchiere di vino e l’altro mi rendono partecipe di tradizioni, culture, conoscenze legate a territori lontani e anche molto diversi dal mio. Ogni volta è come scoprire un mondo nuovo e sapete cosa vi dico? Mi piace!