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Gnocchi di patate viola con radicchio e noci
Mi trovavo, stanca e affamata, ad un matrimonio, uno di quelli che non ti puoi godere perché sei lì per lavorare e devi assicurarti che il tavolo delle bomboniere e quello per il taglio della torta siano perfetti, così come le candele che devono splendere a centinaia per illuminare il cammino degli sposi.
Dopo varie sessioni di salita e discesa dalla scala a pioli e di trasporto sedie/divani/fiori, un uomo serio ed elegante si avvicina a me e alle colleghe porgendo dei piatti che, per vari motivi, non potevano non attirare la nostra attenzione. Uno di questi era sicuramente il colore viola degli gnocchi che facevano bella mostra di sé stessi tra del radicchio, del burro e delle noci…
Niente tinture strane per presentare un primo piatto ad effetto, ma semplicemente l’utilizzo delle trüffelkartoffel, le cosiddette patate tartufo dalla polpa viola che arrivano direttamente dal Perù. Il sapore non è diverso dalle classiche patate dorate, ma il risultato che garantisce il loro utilizzo è sicuramente sorprendente. Queste speciali patate (patate viola o patate blu, da non confondere con le patate violette della Val di Susa) dalla forma oblunga e grumosa sono di piccole dimensioni e piuttosto care, e forse proprio per questo anche di difficile reperibilità. Per lo più vengono importate dalla vicina Francia, per il resto la loro diffusione è affidata al lavoro di piccoli coltivatori locali. Una specie antica e rara, che vi farà fare un figurone con i vostri ospiti!
Se volete fare degli gnocchi con queste patate forse è meglio sbucciarle prima di cuocerle, la loro buccia è infatti molto dura. E magari aggiungere qualche patata normale per dare all’impasto maggior consistenza, ma questo lo decideranno i vostri esperimenti!
Per gli gnocchi:
300 gr. di patate; 150 gr. di farina; 1 cucchiaio di parmigiano.
Bollite le patate, scolatele e passatele allo schiacciapatate. Aggiungete la farina e il parmigiano e impastate bene. Formate gli gnocchi e sistemateli su un ripiano infarinato.
Condimento:
300/400 gr di gnocchi; 100 g. di radicchio; 3-4 cucchiai di latte; 50 g. di gherigli di noci; noce moscata; parmigiano grattugiato; sale e pepe; burro.
Lavate e tagliate a striscioline sottile il radicchio. Sgusciate le noci e tritatele grossolanamente. In una padella mettete il latte, una noce di burro, il formaggio e mescolate a fuoco basso fino a formare una crema. Poi unite le noci e alla fine il radicchio. Lessate gli gnocchi, appena salgono a galla scolateli e uniteli al condimento della padella amalgamate il tutto e servite ben caldo.
Doggy bag nostrana? Anche in Italia la cena finisce nel sacchetto…
Che sia giunto il momento anche per noi italiani di sdoganare la doggy bag?
Negli stati uniti è usanza comune chiedere al cameriere di impacchettare per bene quanto rimasto della cena per portarselo a casa, da noi invece inorridiamo solo all’idea. Questione di galateo o semplice atteggiamento schizzinoso? Grazie a “Il buono che avanza” forse qualcosa cambierà. L’associazione Cena dell’Amicizia Onlus, che da 40 anni aiuta i senza tetto dell’interland milanese, ha lanciato lo scorso dicembre il progetto con lo scopo di sensibilizzare quante più persone sul problema della “società dello spreco”. Attraverso a questa iniziativa, sostenuta da Slow Food, sono gli stessi ristoranti a proporre alla propria clientela di portare a casa il cibo e il vino rimasti sulla tavola, informandoli sul valore sociale di questo semplice gesto.
Riduzione dei rifiuti, risparmio economico, miglior nutrimento, basterebbero questi motivi a perorare la causa de “Il buono che avanza”, ma è importante ricordare che sono enormi le quantità di cibo (pari a svariati miliardi di euro) che ogni anno finiscono nella pattumiere anziché sfamare 44 milioni di persone. Per ora solo Milano pare aver risposto all’appello, quale città sarà la prossima?
Un piatto colorato al posto della piramide alimentare per combattere l’obesità in U.s.a.
Michelle Obama continua la sua (lodevole) crociata contro l’obesità, ma qui l’ossessione per la bellezza non c’entra. L’obesità è infatti una patologia, che spesso si lega ad altre malattie come il diabete o disfunzioni cardiocircolatorie. Nei Paesi sviluppati è molto diffusa anche l’obesità infantile, che negli Stati Uniti riguarda il 15% dei bambini dai 6 agli 11 anni. Le abitudini alimentari scorrette non fanno altro che ingigantire il problema, per questo la First Lady, in stretta collaborazione con l’Usda (United States Departement of Agricolture) ha presentato un nuovo progetto di sensibilizzazione per apportare sostanziali modifiche in materia di cibo negli strati più giovani della popolazione.
Il progetto si propone di sostituire la tanto famosa Piramide Alimentare, che indica i cibi da consumare con più attenzione a seconda della posizione occupata, con una piatto colorato. Il piatto è diviso in quattro spicchi di diverso colore e di proporzione diversa, ad indicare cosa è meglio privilegiare durante i pasti: verde per le verdure, rosso per la frutta, arancione per i cereali, viola per le proteine. Un bicchiere azzurro a lato per indicare il latte e i suoi derivati. Secondo quanto indicato sul sito ChoosMyPlate.gov, per mangiare meglio sarebbe necessario ridurre le quantità di cibo, evitando le porzioni XL, e fare in modo che metà del nostro pasto si formato da frutta e verdura. Abbandonare i grassi, consumare almeno la metà della quantità di cereali suggerita, ridurre il sale e bere acqua al posto di bevande contenenti zucchero. Nel sito dedicato all’inziativa sono presenti molti consigli e informazioni sul cibo e le sue qualità, ma non è chiaro come il piatto colorato possa sostituire anni di merende al Fast Food, né come i vari cibi vadano alternati nel corso di una “settimana tipo”.
Dall’alto della nostra dieta mediterranea, buona brava e bella, iniziative di questo genere sono più che apprezzabili per contrastare uno stile di vita poco attento al legame che intercorre tra alimentazione e salute. Ma senza una vera cultura del cibo, basterà un piatto colorato per vincere la sfida?
Food & Wedding
Mi costa scrivere questo post ma devo. E’ una questione di principio.
Sono reduce da un matrimonio, uno di quelli importanti visto che quella all’altare di bianco vestita era una mia cara amica e io mi trovavo accanto a lei in veste di testimone. Dopo mesi di sostegno totale per i preparativi, dopo settimane di assiduo impegno per organizzare feste di addio al nubilato, accompagnare la sposa alle isteriche prove dell’abito, dopo aver ideato, creato, stampato libretti per la messa e tableau de marriage, dopo essermi svenata per donare alla mia amica le fedi che tanto desiderava, dopo essermi prestata a scatti fotografici che mi hanno obbligata anche ad un tiro alla fune e salti acrobatici sull’erba che hanno rovinato per sempre le mie scarpe nuove, sabato sera sono arrivata al ristorante dove si svolgeva il banchetto nuziale pronta a godermi finalmente la festa, brindando agli sposi con del buon vino e gustando le ricche portate pensate per noi.
Nulla di più lontano dalla realtà.
Atmosfera conviviale e divertente senza dubbio, ma già dalla risicata quantità degli antipasti tutti abbiamo cominciato a preoccuparci. Lasciando perdere il discorso vino (che comunque sarebbe breve, visto che tutto quello che avevamo a disposizione era una bottiglia di bianco e una di rosso), quello che ci ha più sconcertato è stata la dimensione di quello che ci veniva lasciato nel piatto (esatto, nulla di impiattato ma direttamente servito al tavolo) . Avendo la mia amica richiesto un risotto senza burro per me, sono stata l’unica fortunata ad avere a disposizione un piatto pieno di riso ai funghi, il quale era stato tolto dal fuoco dieci minuti prima del previsto dalla pentola. I miei commensali hanno potuto godere di una quantità pari ad un cucchiaio da minestra e mezzo. Stessa sorte per i ravioli che sono seguiti al risotto: due a testa. Evidentemente il due è la cifra preferita del padrone del ristornate, perché è lo stesso numero di fettine di carne che ci è stata offerta dopo. Due fette di carpaccio, due fette di tagliata di manzo, due fette di cinghiale (dimensioni di ognuna 6 x 3 cm). Una mia amica ne ha chiesta una terza per il marito momentaneamente assente e si è sentita rispondere un “Non posso” dal cameriere.
Eravamo lì per festeggiare la nuova famiglia nata dall’unione dei due sposi e con tutto il cuore l’abbiamo fatto, ma non ci meritavamo forse di essere anche nutriti? Non dovrei davvero parlarne perché la sposa è mia amica, ma come ha potuto essere così superficiale dopo tutti i conti in tasca che ha fatto agli invitati? Abito, fiori, macchina d’epoca, bomboniere…certo, tutto bello e tutto importante ma, care spose, il menù non è una questione secondaria!
Nessuno si ricorderà mai della tonalità dei fiori che avete scelto per la chiesa né della musica d’accompagnamento, ci sono solo due domande che si fanno a qualcuno che ha da poco partecipato ad un matrimonio:
1 – Era bella la sposa?
2 – AVETE MANGIATO BENE??
Riflettete spose, riflettete.
Lo sapevate che il curry non esiste?
Un po’ come accade per quella italiana, è difficile parlare di un’unica cucina indiana. Zone geografiche diverse corrispondono a climi differenti, così come le abitudini alimentari che non possono prescindere da quello che la natura offre in una determinata area, senza dimenticare di come si faccia sentire l’influenza di status sociale e religione d’appartenenza.
I tratti comuni della cucina del territorio indiano sono caratterizzati da un’immensa varietà di verdure, legumi e frutti, ma quello che in tutto il mondo fa immediatamente pensare all’India sono senza dubbio le saporitissime spezie, tritate tutt’oggi dalle donne indiane attraverso il mortaio di pietra.
La più famosa delle spezie indiane, però, in realtà non esiste. La parola curry è comunemente usata per indicare una particolare spezia, che in realtà è formata di una miscela di spezie diverse. Esiste una pianta aromatica chiamata kari, da qui forse l’errore di traduzione che ignora come l’esatto termine per definire una miscela di spezie sia in realtà masala. Quindi il nostro famoso curry non è nient’altro che uno dei tanti masala. I masala, inoltre, solitamente si formano nel momento stesso in cui si cucina un piatto, unendo in un intingolo aromatico più spezie prese singolarmente.
Il tono piccante e focoso dei piatti indiani si ottiene quindi grazie all’uso del peperoncino, non del nostro curry. L’ingrediente più importante per questa cucina pare essere il ghee, un burro chiarificato ridotto praticamente a grasso puro usato per friggere e soffriggere.
- Thanks to Baule Volante -
In Vinitaly Veritas
Per cinque lunghi ed intensi giorni la mia casa è stata il Centro Fiere di Verona, dove ogni anno si rinnova il rito di Vinitaly, appuntamento imperdibile per tutti gli operatori/esperti/amanti/appassionati/stipendiati del mondo del vino. Un appuntamento che muove dei numeri impressionanti, con più di 153.000 visitatori provenientidatuttoilmondo ed espositori da ogni angolo del globo. Un’occasione ineguagliabile per creare contatti e fare affari d’oro, con lo spiccato orientamento b2b che giustifica una mole enorme di investimenti da parte di aziende e produttori. L’accesso alla manifestazione è blindato, essendo riservato agli operatori appunto, così ogni anno si scatena la caccia selvaggia al biglietto attraverso conoscenze più o meno inserite nell’ambiente, con tanto di bagarini piazzati nei parcheggi pronti a vendere al miglior offerente nemmeno si trattasse della finale di Champions League.
Comunque, in tutto questo, io c’ero. E c’ero proprio in mezzo, scoprendo ora dopo ora come un pass stampa (stampa-press) appeso al collo possa renderti apprezzabile anche agli occhi del più ostile degli espositori. E’stato più che interessante essere trattata come un ospite di riguardo dalle cantine più rinomate, non tanto per l’accoglienza quasi cerimoniosa, ma quanto per i preziosi nettari che sono stati versati nel mio bicchiere, vero obiettivo della trasferta. Ancor più interessante è stato aggirarmi all’interno della sala stampa alla ricerca di un pc libero, in mezzo a colleghi (giuro che lo dico sottovoce e con tutta l’umiltà di cui sono capace) di famose riviste specializzate. Divertente è stato ascoltare le dichiarazioni scocciate di giornaliste d’esperienza, scioccate dalle nuove leve che si approcciano al sacro mondo della carta stampata e “non ne hanno un’ideeeeaaaa!”. Ma io dico, voi siete nate imparate (forzatura grammaticale ironicamente voluta, care signore)?
By the way, tra una degustazione e l’altra ho fatto il mio dovere e ho seguito convegni e conferenze, prendendo minuziosamente appunti sul block notes per tutto il tempo. Allora gente, il settore va sostanzialmente bene, non si può parlare di crisi stando a quanto si vede in giro, ma tutta la baracca è sostenuta dal Sig. Export, si si. In Italia si beve meno vino, proprio qui dove il vino è una delle poche cose rimaste a riuscirci bene. E tutti a chiedersi: perché? Ho ascoltato esperti e letto dati ed un’idea me la sono fatta. Considerando che la riduzione dei prezzi (= diminuzione della qualità) non ha portato risultati positivi e visto che sono le aziende di fascia alta quelle che hanno assorbito meglio la contrazione dei margini, non credo che sia solo un problema di comunicazione. Forse sì, atteggiarsi meno ad élite di prescelti potrebbe aiutare le aziende ad avvicinarsi al pubblico, ma credo che si stia rischiando di perdere molto di più che una fetta di mercato, credo piuttosto che sia messa in pericolo un’intera tradizione, un pezzo importante della nostra cultura. Chi ama il vino continua a comprarlo, ma da noi sta venendo meno la cultura della buona tavola, manca la coscienza delle potenzialità dei nostri prodotti, si sta perdendo il senso della nostra storia, raccontata da Aosta a Palermo anche attraverso quello che le nonne cucinavano per noi.
Non sono i giovani i colpevoli, ma i giovani sono i consumatori di domani, ed i giovani, oggi, si nutrono da Mc Donald’s e affini, preferendo i super alcoolici ad un bicchiere di Chianti. Per loro cucinare equivale a far scaldare una confezione di Quattro salti in padella. E ripeto, la colpa non è loro, ma di chi non gli ha insegnato ad apprezzare quello che di più autentico abbiamo, che li ha piazzati davanti alla cattiva maestra televisione anziché farli giocare in cucina, chi non gli ha raccontato storie, chi li ha riempiti di molte merendine confezionate e pochi panini col salame, chi li ha portati a Gardaland e mai a passeggiare in campagna. I giovani diventeranno adulti, come possiamo pretendere che questi ragazzi sappiano portare avanti la nostra cultura, la nostra cucina? Me li vedo a conquistare la ragazza dei loro sogni con una cenetta romantica, mentre si chiedono che vino abbinare al sugo pronto e alle patatine fritte…che senso ha esportare Eataly a New York per raccontare oltreoceano di un mondo che sta andando scomparendo? Parliamo di microterritori e vitigni biologici, ma tra qualche anno chi saprà apprezzare i loro frutti? Vogliamo davvero rilanciare il consumo interno? E allora iniziamo ad educare, e lo dico nel senso etimologico del termine: far emergere qualcosa di nascosto. Nascosto ma che c’è, come la passione tutta italiana per la buona tavola, per il cibo che non è solo nutrimento ma uno stile di vita, qualcosa che tutto il mondo ci invidia e che noi, tutti, dobbiamo riscoprire. Non sarà un panino (Mc Italy) a rilanciare un certo tipo di realtà, dobbiamo essere noi per primi ad essere fieri ambasciatori di tutto quello che di buono la nostra penisola può offrire. Se riusciremo in questo, allora, sono convinta, sarà naturale la ricerca del buon vino da parte nostra (e il mercato interno riprenderà a crescere).
Forse la faccio facile, ma queste sono le mie modeste considerazioni dopo la full immersion nel mondo del food (& wine), partorite dopo cinque giorni spesi a gustare profumi e sensazioni di terre lontane racchiusi in quelle bottiglie che ogni volta sprigionano una magia che non smette mai di affascinarmi. Cinque giorni di cui non dimenticherò molti momenti, specialmente le due ore trascorse ad un tavolo degustando bicchieri pieni di Brunello (quel vino è la dimostrazione che lassù qualcuno ci ama). Il block notes mi ricorda di consigliare al mondo intero il Brunello 2006 “Le Chiuse”, e non aggiungo altro. Enjoy!